Intervista a Reuven Feuerstein

D. Ci parli del suo primo incontro con la pedagogia. Poniamo delle domande molto semplici ...

R. Il mio primo incontro con la pedagogia è avvenuto con coloro che hanno cominciato a "mediatizzarmi", a farmi vedere non soltanto come, ma perché si apprende, e quale sia lo scopo di tutto questo apprendimento ... e a tre anni io leggevo ...

D. Tre anni?

R. Sì, sapevo già leggere, e in due lingue.

D. E chi era il suo mediatore, all'epoca?

R. Mio padre, e poi leggevo il libro di preghiere di mia madre, che sono state tradotte in una lingua diversa da quella della preghiera, in ebraico. Questo libro era tutto impregnato delle lacrime di mia madre, che piangeva mentre pregava. Il significato di questa preghiera era proprio nel suo essere fatta con un libro impregnato di lacrime. Già a otto anni cominciavo ad insegnare ad altri bambini, e per di più a bambini in difficoltà... C'era, per esempio, un bambino considerato l'idiota del villaggio. Suo padre mi ha detto: "Deve imparare a leggere ... "

D. Questo è accaduto in Romania?

R. Sì, in Romania... "... perché altrimenti non potrò morire... " , che significa: "se non sarà capace di leggere la preghiera dopo la mia morte, come potrò morire?".
E' il figlio che deve leggere la preghiera. Ecco la mia motivazione per insegnare a leggere al bambino: perché il padre potesse morire. E' tremendo, ma sembra che sia proprio questo il significato dell'apprendimento... imparare a leggere, a scrivere, a esprimersi, questo mi è stato insegnato molto presto, e di là si è sviluppata una pedagogia, che voleva dire vedere, dire le cose, essere in contatto diretto con stimoli ... aver avuto persone che potevano "mediatizzare", dare la loro interpretazione in funzione dell'altra cultura, in tutto ciò che è valido in quest'azione di imparare a comprendere il mondo. E, dopo di allora, ho continuato a fare corsi in ebraico per adulti che dovevano andare in Israele e dovevano perciò conoscere l'ebraico.. operai, piccoli artigiani, commercianti ... ero già chiamato ad insegnare...

D. E il suo incontro con la psicologia, in senso tecnico?

R. Mi ha sempre interessato. Solo, quando ho conseguito il diploma di maestro, nel 1942, ero già studente in psicologia, ma mi hanno dato una classe di bambini, figli di gente esiliata, che vivevano per strada, bisognava andarli a prendere nei mercati dove questi bambini cercavano di rubare qualcosa da mangiare, e portarli a scuola. Là, ho avuto dei bambini che ponevano gravissimi problemi pedagogici, psicologici, comportamentali...

D. E in quell'epoca la sua teoria non si era ancora formata, era soltanto prassi ...

R. Sì, prassi. Era interessante.. Lavoravo in una scuola. Dopo la mia partenza alla volta di Israele nel 1944, in quella scuola si tenne un'assemblea di insegnanti; in quell'occasione un poeta romeno comunista, che aveva scritto un libretto intitolato alla scuola, disse di me: "Feuerstein non era un cattivo ragazzo, ma era stupido ..."
(Risate)
Quando gli venne chiesto perché era stupido, rispose "Feuerstein aveva portato a scuola dei dischi di musica classica, dei quadri ... come se questi bambini avessero bisogno di musica e di quadri. Tutto ciò di cui hanno bisogno è di imparare a battere un chiodo per fare delle riparazioni a scarpe, automobili ... non sono ragazzi a cui bisogna dare cose dello spirito.". Dunque Feuerstein era stupido perché aveva voluto dare a questi ragazzi dello spirito .. Adesso mi rendo conto di non essere molto cambiato ...

D. In quale circostanza ha cominciato ad elaborare una sua teoria originale?

R. Il primo vero confronto con la modificabilità umana è venuto quando ho cominciato a lavorare con dei bambini di Auschwitz e di tutti quei luoghi atroci. Bambini che erano riemersi dalle ceneri, che avevano incubi perché avevano visto i genitori entrare nei forni crematori: e ci si domandava come fosse possibile farli ritornare a una vita normale. Come avrebbero potuto credere ancora nella giustizia dopo aver visto tante ingiustizie, come avrebbero potuto credere ancora nell'uomo, dopo aver visto tali atrocità? Si poneva, in quel momento, tutto il problema della modificabilità di un essere umano. Devo dire che i cambiamenti che si sono verificati in questi bambini hanno dell'incredibile... bambini che di notte erano tormentati da incubi angosciosi, si alzavano per venire da me a studiare Parmenide e altri filosofi...la poesia classica, Omero. D'un tratto, questi bambini hanno rivissuto un passato che si pensava dimenticato. E' in quel momento che ho cominciato a pensare che l'essere umano è molto più plastico, molto più modificabile di quanto si sarebbe potuto pensare. La domanda del profeta Ezechiele "è possibile essere rivivificati?" ha avuto una risposta affermativa. Sì, è possibile far rivivere di nuovo anche chi è stato così traumatizzato. Ricordo la storia di un bambino, si chiamava Noè. Venne a trovarsi in un gruppo di persone che venivano percosse a morte e buttate in una fossa comune. Solo ferito a una mano, di notte riuscì a liberarsi facendosi strada fra centinaia di cadaveri. Ebbene quel bambino è diventato un uomo che coltiva un profondo senso della giustizia. E' in quel momento che ho cominciato a vedere la modificabilità umana, e ho capito anche che l'essere umano può cambiare se stesso.

D. Conosceva già Piaget, a quell'epoca?

R. No. Ma conoscevo molti psicologi di scuola viennese e di scuola francese con i quali ho cominciato a lavorare nel laboratorio di psicologia in Gerusalemme, quando, nel 1945, sono arrivato in Israele. Tutto questo è successo in Israele. A Piaget sono arrivato in Svizzera, nel 1949-50, quando ho lavorato con bambini ammalati di tubercolosi, riportati da Auschwitz. Due anni dopo mi sono ammalato anch'io, e poi sono tornato in Svizzera per essere curato a Davos, in montagna. Nel 1950 sono andato da Piaget, dopo essere stato a Zurigo da un discepolo di Jung e a Basilea, e infine sono arrivato da Piaget, di cui mi convinceva l'importanza attribuita al fattore collettivo, cosa che non è stata ancora accettata dalla scuola dinamica, che poneva piuttosto l'accento sull'inconscio. Piaget mi ha accolto molto bene, ha riconosciuto le mie esperienze, e ho cominciato a lavorare con lui. Ho cominciato a lavorare con ragazzi africani, provenienti dal sud della Francia e venivo ad esaminarli da Ginevra, ed era la prima volta che traevo dati da ragazzi molto diversi da quelli di cui parlava Piaget, ho visto delle differenze notevoli rispetto a quanto osservato da Piaget. Sono arrivato da Piaget con i miei dati, glieli ho fatti vedere, ho presentato questi dati in un seminario, e dapprima Piaget diceva: "Le differenze tra esseri umani non mi interessano... sono più interessato agli elementi universali, le leggi universali dello sviluppo, il ruolo del pensiero, lo sviluppo della scienza.". Al centro dell'attenzione di Piaget c'era l'epistemologia più che la specificità dei casi reali. Per me invece le leggi generali devono essere convalidate dai casi specifici. Questo era un problema. Poi nel 1966, sedici anni dopo, Piaget stesso ha scritto un articolo in cui ha posto allo studio il tema dello sviluppo dell'essere umano in culture diverse, in che misura si può parlare, utilizzare il concetto di cultura come fattore determinante nello studio dello sviluppo dell'individuo. Ha pensato che si possa spiegare lo sviluppo dell'intelligenza senza far ricorso alla cultura e alla società..
La cultura, la società rappresentano oggetti che il bambino incontra, assimila, a cui si adegua, dunque non è l'essere umano come soggetto che gioca un ruolo nello sviluppo dell'altro, ma l'essere umano in quanto oggetto che, essendo diverso da me, diventa un oggetto di assimilazione e, infine, di adeguamento.
Voi avete un'idea, io ho un'idea, assimilo la vostra idea alla mia, e mi modifico in funzione di questa assimilazione: è questo che Piaget ha posto come ipotesi di base, dunque Piaget ha compreso che l'essere umano si sviluppa in funzione dei suoi incontri attivi, interattivi con gli oggetti. E voi, esseri umani siete soltanto oggetti tra gli altri. Rappresentate un essere familiare, conosciuto, compatibile con me, oppure non familiare, estraneo, incompatibile, e da questo dipenderanno le interazioni. Io invece dico che, quanto Piaget ha descritto è una fonte di cambiamento, di apprendimento e di modificabilità, ma non basta, bisogna ancora utilizzare il concetto di mediatore umano, l'agente che ha un soggetto, un'intenzione, una volontà, delle modalità di trasmissione. Ho incorporato molti elementi di Piaget, ma il ruolo del mediatore, che propone una qualità di interazione tra l'individuo e il mondo, questo mi si è chiarito quando ho cominciato a lavorare con dei bambini di provenienza diversa. Prima ho lavorato con bambini arabi e giudeo-arabi dei centri urbani, altri di piccoli villaggi nelle montagne dell'Atlante. Ebbene, l'apprendimento dei bambini delle montagne era migliore di quello dei ragazzi di città. Mi chiedevo perché: questi bambini avevano tanti stimoli, tante cose da vedere, giornali, avevano un'esperienza straordinaria, avevano elevati livelli di socializzazione, erano controllati dalla società, avevano visto di tutto ... ma avevano gravi difficoltà di apprendimento. Gli altri vivevano in villaggi senza carta, giornali, ma imparavano più svelti ... malgrado la povertà di stimoli, erano stati bambini "mediati". C'erano i nonni - non il padre che era via tutta la settimana - le zie nubili, tutto un mondo che "mediatizzava" questi bambini. Nelle città c'era già una disintegrazione della famiglia patriarcale, e questi bambini avevano subito il mondo senza mediazioni.

D. Allora, la sua teoria è soprattutto fondata sull'osservazione della realtà?

R. Partendo da queste osservazioni non ero soddisfatto, sono andato anche a cercare dati empirici e sperimentali, che ho presentato nella mia tesi di dottorato alla Sorbona, poi sono andato a cercare altre culture, ho trovato la cultura yemenita, cultura montanara, ma cultura mediatizzata, e poi gli etiopi. Là, si vede veramente quel che è successo: sono molto distanti dalla cultura dominante, gli etiopi che sono venuti in Israele sono, per l'80%, degli illetterati, non sanno cosa sia un quadrato, sanno che ci sono figure geometriche con quattro angoli, ma non fanno differenza tra quadrato e trapezio, non sanno altro, eppure questi bambini imparano con una velocità incredibile ... perché hanno avuto un'intensa mediazione orale.

D. Qual è la definizione dell'intelligenza?

R. L'ìntelligenza è... sa, uso una definizione operativa. Si dice che i test misurano, ma per me è una tautologia, che non permette di capire la natura dell'intelligenza.. Per me, l'intelligenza è la capacità dell'individuo di modificarsi, cambiarsi. Se volete, questo comprende ogni trasformazione che l'uomo fa... Se volete una definizione più formale, l'intelligenza è la capacità dell'individuo di utilizzare ciò che ha imparato per adattarsi alle situazioni. L'accento è messo sulla capacità di utilizzare quanto ha appreso, per l'esperienza ulteriore.

D. La neurofisiologia ha confermato questa plasticità... Lei è interessato al substrato fisiologico dell'intelligenza?

R. Finora non si è potuto penetrare i segreti della "scatola nera", non ha tanto senso tutto questo parlare di lato sinistro, lato destro, la lateralizzazione ...

D. Ecco, lei che ne pensa?

R. Beh, (risata)

D. Non è utile per il suo lavoro?

R. Senta, no. Sono ipotesi poco operative. Oggi, che abbiamo modalità molto più raffinate di misurare i cambiamenti che si producono all'interno del cervello in funzione di determinate esperienze, sono molto interessato, e spero di costruire, nell'ambito del mio centro internazionale, delle modalità di lavoro con cui studiare come una qualità di interazione agisca in modo differenziato sul cervello, come il cervello si modifichi in funzione di queste esperienze, piuttosto che dire che il cervello modifica il comportamento.

D. Secondo lei gli studi che si fanno nel mondo sull'intelligenza artificiale sono utili per comprendere il cervello e le sue routine di lavoro?

R. Dire che beneficeremo della cibernetica per comprendere il cervello... No, è il cervello che ci aiuterà a comprendere la cibernetica.

D. L'intelligenza e la ragione non sono i soli fattori notevoli per la formazione della personalità. Sono importanti anche l'etica, la scala di valori di un individuo, la socialità... Come affronta questo problema il PAS?

R. Il PAS è uno strumento che ha il suo valore nel senso che produce situazioni che provocano nell'individuo il bisogno di interagire con un altro per poter comprendere, agire, far derivare un significato. Il PAS non è uno strumento-oggetto, è uno strumento che include un'interazione mediatore-mediatizzato, e qui ci sono i tre elementi: gli stimoli che si trovano nello strumento, l'individuo che apprende e il mediatore che si interpone tra i due.
Questa situazione triangolare è fortemente modificata dai concetti di mediazione. Per esempio, io voglio che lei arrivi a dominare una certa strategia, a scoprire... non mi basta farla lavorare, le faccio comprendere perché ho scelto una determinata modalità, determinati stimoli, e faccio di lei non soltanto uno studente che apprende un compito, ma una persona che pensa a quello che fa, le fornisco il bisogno metacognitivo di riflettere, creo in lei un apprendimento che, infine, verrà interiorizzato, e, posto di fronte ad un'analoga situazione, lei rifletterà ... E ci sono anche altri fattori, c'è il mediatore, che dà, in primo luogo l'intenzionalità e la reciprocità. C'è una bella cosa, in quel che dicono i saggi, "quando date un regalo a qualcuno, fateglielo sapere, fateglielo riconoscere". La pedagogia ha avuto per lungo tempo uno slogan: "Fate imparare il bambino, senza che si renda conto di imparare, fategli pensare che gioca." Questo è stato fatto per anni. Ancora oggi ci sono pedagogie che dicono: fate in modo che il bambino si senta talmente interessato che non si renda conto che sta imparando. Dategli il regalo senza farglielo sapere. L'intenzionalità nella mediazione dice invece di renderlo cosciente di quello che fate, che il bambino sappia perché non gli fate vedere una cosa, ditegli i vostri scopi, e così andrete oltre quanto avrete insegnato. Uno stato di coscienza deve accompagnare il processo di apprendimento, e questa coscienza ha un valore enorme nelle capacità di apprendimento di un individuo. Imparare a imparare vuole dire accompagnare questo processo di apprendimento con la coscienza di un fattore di trascendenza, di andare oltre, dunque la mediazione ha dei criteri - spero di parlarne un po' domani - molto precisi. Non è soltanto una modalità per presentare le cose.

D. Quali sono attualmente nel mondo i campi d'applicazione del PAS?

R. Certe volte ho un po' di paura, certe volte sono felice ... lei sa che ho cominciato con ragazzi in stato di deprivazione culturale, poi sono passato a bambini con turbe di sviluppo, trisomie, grosse disfunzioni intellettive e fisiche; poi siamo andati oltre, verso studenti universitari che fallivano ogni volta perché non sapevano come fare; poi abbiamo applicato il PAS a individui che devono reimparare certe tecnologie, o devono essere reimmessi nel mondo del lavoro. Ma si fa strada qualcosa di interessante. Attualmente, lei è un uomo con tutte le sue facoltà, lavora bene, è equilibrato.. Lei non ha bisogno di aiuti speciali. Ma se, improvvisamente, una nuova tecnica di intervista, di scrittura, di comunicazione dovesse intervenire, e tutto quello che lei ha imparato non servisse più a niente ... non che lei non sia intelligente, ma le esigenze dell'adattamento vanno al di là delle sue capacità, d'un tratto lei è divenuto un "diverso" culturale, non perché lei sia emigrato in un altro paese, ma perché una cultura diversa è venuta ad abbattersi su di lei, ed esige da lei sforzi che lei non riesce a fare. Che fare? Lei deve imparare ad imparare, malgrado le sue buone capacità, abitudini, modalità di pensiero, si trova di colpo disarmato, perché le esigenze di una cultura che cambia sorpassano le sue capacità.

D. Dunque le rivoluzioni sempre più rapide della tecnologia...

R. ..... fanno di noi tutti dei "diversi" in senso culturale...

Se vuole, attualmente, a livello etico, la trascendenza, il bisogno di andare al di là, di generalizzare, diventa un'esigenza della cultura di oggi, perché ci possiamo adattare. Oggi, dunque, utilizziamo il PAS nelle industrie, con lavoratori immigrati, nelle riabilitazioni, per esempio adesso anche con Indiani del Canada, a Vancouver, etc. Lavoriamo con persone che presentano turbe mentali, e per le quali l'introduzione ad un pensiero più sistematico, l'apprendimento, la capacità di riflessione e tutto ciò che concerne la mediazione di nuovi valori, è molto importante per materializzare la loro personalità. C'è dunque, e torno al congresso di Riverside, tutta una serie di applicazioni estremamente interessanti.

D. Qui da noi si guarda con molta attenzione all'applicazione nel mondo dell'industria, dell'impresa. Quali sono le sue esperienze in questo campo?

R. Attualmente, molte industrie che hanno utilizzato il PAS, per esempio Peugeot, Pirelli, Michelin, Motorola, in Portogallo Soldadura, e altre grandi industrie ... ora sarà anche introdotto in Cina. In questo momento si presentano molte possibilità interessanti. Le modalità di intervento che il PAS propone sono migliori di altre, soprattutto in ragione del fatto che la complessità dei compiti che richiediamo al bambino è molto grande anche per l'adulto; d'altra parte il fatto che non facciamo appello alla lingua, alle conoscenze o al contenuto, ma possiamo fissarci soprattutto sul lato formale del pensiero, questo fa del PAS uno strumento accettato in una così grande diversità di problemi e funzioni.

D. Le nostre domande sono finite ... Da qualche anno la valutazione del potenziale di apprendimento è divenuta fondamentale al fine di attribuire il ruolo professionale. Secondo lei l'LPAD può essere applicato anche nell'ambito dell'impresa?

R. Attualmente, sono frequenti i casi in cui uomini di quarant'anni vengono inviati a fare un test, e improvvisamente si ritrovano "incapaci". Si dice loro "Siete troppo vecchi, avete cominciato il vostro declino, la vostra intelligenza non funziona più così bene". Questa situazione causa tragedie personali, e a questo punto veramente abbiamo uomini che per il fatto di non essere accettati rischiano il declino, e con loro la società. D'altra parte, avete un terzo mondo che presenta gravi problemi di forza lavoro, e se utilizzate le modalità attuali di misura dell'intelligenza, rischiate di dire che la metà dell'umanità non sa compiere i suoi compiti. L'LPAD risponde a questa domanda, creando una sorta di campione di scambio. Non siete capaci di fare un'analogia? Bene, vi faccio imparare, non soltanto a fare l'analogia, ma come fare voi stessi altre analogie, vi fornisco le strategie necessarie. Poi vi guardo... sapete farle? Se non lo sapete, che cosa avete fatto con quanto vi ho insegnato? Stilo allora un profilo di modificabilità. Le dico: "Signore, per il momento lei non funziona bene, ma non vuol dire nulla, lei può cambiare di molto e in meglio." Poi faccio vedere questi risultati ai responsabili dell'azienda, e dico "Guarda tutto quello che quest'uomo ha potuto imparare in due ore". Creo un campione di modificabilità per prevedere la modificabilità dell'individuo in questione. Facendo questo, metto davanti all'individuo degli obiettivi di sviluppo molto diversi da quelli che avrebbe se si fosse partiti dalle sue capacità attuali. Sotto questo punto di vista 1'LPAD potrà divenire un mezzo per salvare la qualità della vita di molti adulti, nell'industria, nel Terzo Mondo. Così è accaduto con migliaia di bambini, considerati malati mentali. Ho potuto cambiare il corso della loro vita. Questi ragazzi - A., ad esempio, di cui non vogliamo fare il nome, faceva parte di un gruppo di cinque bambini mentalmente deboli, di madre cieca, padre con basso quoziente intellettivo, mi è stato mandato, aveva un quoziente di intelligenza di 60, il più elevato tra i fratelli, gli ho fatto fare l'LPAD, ha imparato con una rapidità straordinaria. L'ho messo in un gruppo di bambini che erano stati preparati per essere immessi nella scuola regolare. Laggiù era talmente diverso, benché gli altri fossero meno capaci di lui, aveva l'aspetto di un imbecille, eppure questo bambino rientrava in famiglia ogni venerdì per aiutare sua madre in casa . In un anno ho potuto inserirlo in una scuola agricola normale, dove ha dato la maturità in biologia. Ogni anno, alla fine della scuola, uno psicologo calcolava il suo quoziente di intelligenza - gli aveva trovato un QI di 70 - e diceva "Ma come, cosa fa qui questo ragazzo, questa non è una scuola per deficienti mentali". Il bambino veniva da me, piangendo. Allora ho chiamato questo psicologo, gli ho dato da fare quello che doveva fare il bambino, e lui stesso non ha saputo eseguire tutte le prove. A. faceva meglio di lui. Questo bambino ha finito la scuola, ha fatto il militare, ha fatto un corso da chef, oggi è l'assistente dello chef più noto di Israele. Ha aiutato i suoi a comprare una casa, e poi mi ha portato suo fratello, che era considerato un bambino con un QI di 35-40, e mi ha detto: "Prendilo, vedrai che sarà meglio di me". Oggi è un ragazzo che ha imparato a lavorare con gli anziani.

D. Un'ultima domanda: ci sono nuovi ambiti applicativi o teorici del PAS?

R. Due cose. Ci sono sviluppi teorici a livello della mediazione, questo è uno degli elementi che sono felice di vedere, sistemi derivati dalla mediazione che sono applicati in America. A parte questo, c'è tutta una filosofia, un'epistemologia che si sviluppa al di là dei derivati della mediazione. A livello dell'LPAD stiamo sviluppando un tipo di strumentazione che chiamiamo AutoPlasticity Enhancement Program, programma che genera l'autoplasticità di un individuo. E' basato sul PAS, ma va oltre. Spero di poter lavorare con individui dal QI elevato, ma che hanno bisogno di diventare più flessibili, perché sono stati fossilizzati dal successo. Abbiamo tendenza a prendere gli strumenti come centro del nostro interesse. Che cosa è più importante, l'ago o il filo? L'ago dice: "Che bisogno ho di te? Posso entrare e uscire, entrare e uscire", e il filo: " Che fai senza di me?" Il PAS è un mezzo, è l'ago che tiene insieme i pezzi, ma l'ago ha bisogno del filo, attraverso la mediazione. Ci sono persone che pensano di utilizzare soltanto le carte, non soltanto questo non basta, è dannoso, è un peccato, sono desolato nel vedere questo. Il primo che deve essere coinvolto nel PAS è l'insegnante. Cambiando lui, si cambiano gli altri.

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